Ricordando in apertura quel che scrisse Giovanni Raboni sul Novecento “preda” del pensiero conservatore (pensiero appunto, non altro), rifletterò sull’arretratezza della destra catanese. Una destra di notabili, delle professioni, della “gestione” (una destra che tenta di gestire), sostenuta da una base sostanzialmente ignorante, incapace di pensiero autonomo, che non legge (appunto), non riflette, non elabora, non osa.

Una destra che si sposa alla perfezione con la destra del “poster” di quella che utilizza significanti adolescenziali ma che sconosce i significati, alla quale si riesce quasi impossibile di chiedere uno scarto, un avanzamento, un riposizionamento, una presa di posizione in verticale (non in orizzontale) che non vada al di là dello slogan; destra cugina dell’altra destra catanese, quella estrema del possibile grande gesto eclatante, del tifo per questo o quel personaggio seppellito nella memoria, della punizione teologica, da testo sacro, destra da fatwa, per la lotta “continua” contro un mondo classificabile secondo teodicea; destra che puzza di antistoricità, orribilmente meridionale, che svolge in continuazione gli stessi temi seppur diversamente declinati: contro la modernità noumenica e fenomenica, contro l’Occidente portatore del male della modernità (più di ogni altra realtà geopolitica), contro le scienze, il filosofare privo di relazione a una metafisica “mai ragionata” , contro ovviamente l’economia, dunque il primato del sociale se lasciato all’ordinaria selezione indetta dalla stessa modernità. E chi più ne ha più ne metta.

Sulla questione religiosa le posizioni sono varie e diversificate, purché di “vera” religione si tratti e non di una resa alle più recenti ermeneutiche. Nulla di apparentemente nuovo, si dirà. Appunto! Capitani di questa destra “inutile” sono notabili in carriera, ben messi economicamente, conservatori per autocoscienza. Nessun pensatore vero, né filosofi né sociologi, né storici in grado di scriverla e riscriverla questa storia, ma semplici laureati nelle discipline più remunerative, più rispettabili, più visibili, in una parola (magica): tradizionali.

L’unica possibilità che questa destra vada d’accordo con se stessa, cioè con tutte le sue componenti di classe e ideali (che si possono ridurre a due, tre unità) è che si concentri sull’episodio di poco conto: la rimozione di un significante offensivo, la presentazione di un volume (che funga da rimpatriata e null’altro), e che dica e non dica, che fumeggi su episodi lontani centinaia di chilometri. Ma di sostanza, niente. Una rassegna culturale che vada in profondità per indagare tematiche affrontate da un autore significativo? Difficile se non impossibile, si rischia infatti di imbattersi nel “niet” di questo o quel burocrate (travestito da intellettuale), pronto a regalare una sua “interpretazione” tale da bocciare l’eterodossia, interpretazione che naturalmente lo porrà in luce come un valido scudiero dell’ortodossia. Per cui: Pound va letto ma solo per la sua visione economica, Mishima solo perché antiamericano, Céline per i suoi testi maledetti, quell’altro autore perché era nazista, quell’altro ancora perché fascista di sinistra, quello perché anticomunista. Ecc. Una iperpoliticizzazione del discorso culturale che, badate bene, si ferma a pochi centimetri dalla soglia del “possibile” cioè dell’opportuno e del lecito. Perché appunto la ribellione rimanga immortalata in un poster o nel noioso chiacchiericcio antiamericano.

Al di là di quello, e non parliamo certo di rivoluzioni ma di elaborazioni, di strategia di inserimento nel sociale, come si disse di “gramscismo di destra”, ci si troverebbe in terra straniera. Insomma: rivoluzionari a parole, sovvertitori per immagini ma uomini noiosi, ottocenteschi nei fatti. Noiosi perché privi di strategie, di idee. Maledettamente appiattiti sul casa-.lavoro, a volte anche sulla chiesa (o le chiese), non si sa mai.

Marco Iacona.

 

 

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