di marco pitrella (con il concorso morale esterno di marco benanti)
Anche quest’anno, come ogni anno il 23 maggio, a ballare e cantare tribunali, tribunali; eppure di Giovanni Falcone è il pensiero che andrebbe ricordato.
E il pensiero sulla magistratura è quello che sembrerebbe – è d’obbligo il condizionale – non si voglia raccontare.
Attualità dell’insegnamento di Falcone, si dice.
Per dirne una, tanto per cominciare, della “faticosa consapevolezza” della separazione delle carriere si dovrebbe parlare:“La regolamentazione della carriera dei magistrati del pubblico ministero non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti essendo diverse le funzioni – sosteneva – e, quindi, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste: investigatore il pm, arbitro della controversia il giudice”.
Ancora, definiva “un feticcio” l’obbligatorietà dell’azione penale e l’informazione di garanzia “non una coltellata, ma qualcosa utilizzata nell’interesse dell’indiziato”.
Quale autonomia e quale indipendenza: «in mancanza di controlli istituzionali sull’attività del pm – affermava – saranno sempre più gravi i pericoli che influenze informali e poteri occulti possano influenzare tale attività».
Del resto, per Falcone, dentro la magistratura stava la questione: «se l’autonomia della magistratura è in crisi dipende anche dall’Anm, organismo che tutela interessi corporativi… e dalla pretesa inconfessata di considerare il magistrato una sorta di superuomo infallibile ed incensurabile».
L’Associazione Nazionale Magistrati dunque, e le correnti «trasformate in macchine elettorali per il Csm».
In fondo, fu la magistratura a fare di Falcone un trombato, “il trombato d’Italia”: bocciato come consigliere istruttore, bocciato come procuratore di Palermo, bocciato come candidato, appunto, al CSM.
Invece, con Claudio Martelli, ministro della giustizia, creò la Procura Nazionale Antimafia; mentre Leoluca Orlando, ora come allora sindaco, l’attaccò.
La storia è vecchia ma per il sì e per il no va ripresa.
Correva l’anno 1989 quando un tale Giuseppe Pellegriti, un pentito, disse di sapere dell’omicidio di Piersanti Mattarella e disse di sapere dell’omicidio Pio La Torre; infine, disse di sapere del ruolo di Salvo Lima, l’uomo di Andreotti in Sicilia. Disse di sapere, Pellegriti, ma per Falcone era inattendibile; addirittura contro di lui, il giudice, firmò un mandato di cattura per calunnia continuata.
Per Leoluca Orlando fu pesante la vicenda da sopportare.
Perché stupirsi della gestione dei pentiti? Era il “metodo Falcone” quello, che, a dispetto di Orlando non faceva del sospetto l’anticamera della verità: “la cultura del sospetto – sottolineava – non è l’anticamera della verità, la cultura del sospetto è l’anticamera del khomeinismo”.
Dal “metodo Falcone” alla “dottrina Davigo”: “non esistono innocenti – è la tesi del giudice Piercamillo – ma solo colpevoli non ancora scoperti”.
Falcone sarebbe stato di tutt’altro avviso:“Io posso anche sbagliare, ma sono del parere che nei fatti, nel momento in cui si avanza un’accusa gravissima riguardante personaggi di un certo spessore o del mondo imprenditoriale e tutto quello che si vuole… o hai elementi concreti oppure è inutile azzardare ipotesi indagatorie, ipotesi di contestazione di reato che inevitabilmente si risolvono in un’ulteriore crescita di prestigio nei confronti del soggetto che diventerà la solita vittima della giustizia del nostro paese”.
Va da sé come siano, però, “tutti devoti tutti” a commemorare il collega Falcone o l’amico Giovanni, ballando e cantando tribunali, tribunali ogni 23 di maggio.
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