di Alberto Pasqua

 La pubblicazione dal titolo “Parlamento esautorato – Degenerazione della democrazia” di Vito Pirrone, avvocato penalista, pubblicato sul Laos, merita qualche considerazione.

La questione da lui lumeggiata è, in sostanza, il passaggio, con le elezioni del 2018, dalla seconda alla terza Repubblica e il passaggio, per molti versi simile, dalla prima alla seconda, il cui snodo fu Tangentopoli.

In ambedue i casi, erano già correnti e serie le crisi dei partiti e del Parlamento.

Quanto ai partiti, le elezioni del 2018 ci rassegnavano l’irruzione sulla scena politica di protagonisti e formazioni nuove (Lega, 5 Stelle, Fratelli d’Italia, ecc.).

I partiti sono riconosciuti dall’art. 49 della Costituzione e non è prevista per essi alcuna specificazione precettiva. Sono libere associazioni che, prive di un definito profilo giuridico, hanno (o dovrebbero avere) una valenza altamente “popolare” al fine di realizzare la partecipazione dei cittadini alla politica.

In realtà, sono, in Italia e in tutti i paesi avanzati, i gangli dominanti d’ogni democrazia rappresentativa che, di fatto, solo da essi è espressa e comandata. Sono loro che assorbono e restituiscono il potere e l’azione politica.

Ciò tuttavia ha una solida logica. I partiti, infatti, primari “corpi intermedi” e mediatori tra il potere e la volontà dei cittadini, custodiscono la sovranità popolare, ne interpretano la volontà e ne versano il prezioso distillato nel rito elettorale. L’attività parlamentare degli eletti, poi, in virtù del libero mandato, persegue l’interesse della nazione tutta.

Così dovrebbe essere. Ma così non pare che sia. Sono i partiti che scelgono gli eletti che, a loro volta, solo a essi devono rispondere se vogliono essere rieletti. Tutta la politica è, nei fatti, risucchiata nei partiti. La loro dirigenza e l’apparato incarnano la vita delle Camere (in pratica, il caro, vecchio “centralismo democratico”).

Bisogna però considerare che, negli ultimi trent’anni, la natura dei partiti è assai cambiata, e forse in peggio. Mentre “mani pulite” nei primi anni Novanta ne decapitava i vertici, la politica diventava “americana”: il leader, il capo carismatico, l’affabulatore dei dibattiti televisivi. Cominciò Berlusconi, proseguono Grillo, Salvini e Meloni. Dietro queste celebrità (lo star system della politica), il partito c’è, ma è quasi invisibile e inudibile, un backstage di intelligenze compresse che, per emergere, devono inventarsi il personaggio e la battuta. Una volta i partiti producevano statisti, oggi sono agenzie di marketing.

E qui si arriva alla “crisi del ruolo del Parlamento”, l’altro tema delle riflessioni di Vito Pirrone. Quanto sopra forse aiuta a spiegare la progressiva riduzione del potere del Legislativo in favore dell’Esecutivo (la Fiducia, i Decreti Legge, i Decreti Legislativi, i dpcm). Da un lato il leader e il suo popolo (chiamatelo populismo) sono insofferenti ai dibattiti parlamentari, dall’altro, una categoria di pensiero costituzionale guarda a una Repubblica Presidenziale, con l’elezione diretta del Primo Ministro.

I tempi cambiano, magari è in corso una nuova Storia, da capire più che criticare. Non dimentichiamo mai, però, che con la democrazia, lo Stato di Diritto e la Cittadinanza non si può e non si deve scherzare.

 

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